venerdì 5 novembre 2010

CRISI E CREATIVITA'


Non ridete, ho fatto un anno di spada giapponese, esperienza fondamentale della mia vita per il semplice fatto che nel momento in cui mettevo la mano sull’elsa della spada per sguainarla (tranquilli la spada era di legno) sapevo già che comunque sarebbero andate le cose io sarei morta.
Che c’entra con la creatività direte. C’entra e come. Prendo la penna in mano (ormai è una metafora, visto che scrivo al computer) e so già che scriverò una cazzata. Ma non desisto, ci provo Ci provo comunque, rileggo, rileggo le parole scritte e non riconosco più da dove le ho scritte, da quale parte di me vengono, sembrano false, luoghi comuni, banalità. Continuano ad uscire da un dove che non è più, ma è quello che so fare, l’urgenza di allora diventa sclerosi di oggi. Angoscia sottile, forse semplicemente ansia. Ci riprovo. Riprovo a proferir parole per cercare un altro da dove, come a cercare un parte di una nuova me sensibile, un risveglio che sento e che non trovo. Aspettare il senso e la sensazione, forse anche un dolore nuovo. E’ la pratica che cerco, è la pratica che invoco. La pratica dell’arte, della mia arte, e mi rassegno all’esperienza, di non scrivere, ma descrivere, senza più cercare, senza più aspettare lo svelamento di un senso. Arriverà, la scrittura non tradisce.

Mariella Sassone

mercoledì 6 ottobre 2010

LIBRI "MEDIATORI": LIBRI PER RAGAZZI E DISABILITA'

Curiosando tra gli scaffali della sempre fornita libreria Giannino Stoppani, in Piazza Maggiore a Bologna, abbiamo notato un libro dal titolo "La differenza non è una sottrazione" scritto da Silvana Sola e Marcella Terrusi e edito da Lapis.
Il testo fa parte dei progetti di Ibby Italia, sezione nazionale di un storica istituzione mondiale dedicata alla tutela e alla diffusione del libro per ragazzi di qualità, che trova spazio all’interno della Biblioteca Sala Borsa Ragazzi in Bologna, nella stessa piazza Maggiore.
"Ibby Italia ha sollecitato docenti universitari, ricercatori, studiosi, scrittori, illustratori, editori, librai, bibliotecari e li ha invitati a una riflessione collettiva sul tema del libro per ragazzi in relazione alla disabilità. Sindrome di down, dislessia, sindrome di Asperger, cecità, sordità, difficoltà di deambulazione entrano nei libri per ragazzi, nei racconti, nei saggi, nelle interviste. Il volume non offre risposte certe, ma suggerisce percorsi di conoscenza e di senso, occasioni e esperienze incentrate sul riconoscimento del ruolo insostituibile del libro come strumento privilegiato di relazione tra adulti e bambini."
Silvana Sola, Marcella Terrusi, La differenza non è una sottrazione, Lapis Edizioni Roma 2009.
Ci è sembrata una guida utile per chi volesse avvicinarsi alle connessioni tra editoria e disabilità, un contenitore di interventi che descrivono una bibliografia specifica su questo tema con una ampia sezione internazionale, qui troviamo le voci di esperti e di autori che a diverso titolo si interrogano su questo territorio ancora misterioso.

Arianna Callegaro
Luca Mazza

http://www.magazine.unibo.it/Magazine/Eventi/2009/11/18/La_differenza.htm
http://www.bibliotecasalaborsa.it/ragazzi/ibby/
http://www.gianninostoppani.it/
http://www.ibby.org/

giovedì 2 settembre 2010

LA MAGIA DEL BURATTINAIO


Non è facile spiegare, ma anche far capire a me stesso, cosa succede ogni volta che indosso un burattino a mano per iniziare un intervento ludico-pedagogico con alcuni ospiti disabili del centro A.n.f.f.a.s. “ Nuova Casa Serena” di Trento presso il quale lavoro. In un attimo sembra che il tempo si fermi, che l’orologio abbia interrotto il suo ritmo incalzante, che la realtà abbia subito una sospensione per lasciare spazio ad un’altra dimensione fatta di parole, movimenti, magia ed immaginazione, una dimensione sicuramente inusuale, ma non per questo meno vera, meno autentica. Guardo i burattini infilati nella mia mano e ogni volta vengo colto da stupore, da meraviglia: quei pezzi di plastica e stoffa che fino ad un attimo prima giacevano immobili e inerti su una piccola tavola ora prendono a danzare in aria, iniziano a parlare, a ridere, a fare piroette e a incantare. E’ come se in un attimo sbocciasse la vita, laddove prima c’era solo silenzio ed immobilità.
E ancor maggior stupore mi prende quando mi accorgo che la loro consistenza, la loro identità, il loro esserci non è una cosa a sé stante, ma è frutto della mia anima, del mio spirito vitale: sono i miei sogni, i miei ideali, la mia energia che colorano e danno senso a quella loro breve ed effimera vita. Una vita che sembra essere spuntata dal nulla ma che in realtà era già presente perché intrecciata con un’altra esistenza: è bastata un po’ di creatività, unita a magia ed immaginazione, per creare tutto ciò, rendere cioè vivi l’inanimato per creare uno spazio fuori dal tempo dove emozioni e parole, sogni ed attese, sguardi e sorrisi si uniscono in una sinergia dove i confini tra realtà e fantasia sfumano e si fondono per regalare parti archetipiche di sé, raggi di vita spesso sepolti ed inesplorati, ma ricchi di genuità ed autenticità.
E quando l’intervento finisce, quando l’incanto si spezza e la realtà con i suoi tempi, con i suoi ritmi, con i suoi rumori riprende il sopravvento, quando l’orologio riprende il suo inesorabile giro i burattini sembrano cadere in un sonno, simili al personaggio fiabesco di Biancaneve che attende il principe azzurro che da un paese lontano arrivi per ridestarla alla vita. In quel momento sento di aver lasciato con loro un po’ della mia anima, un pezzo del mio cuore, ma sento anche di aver regalato un po’ di me stesso per creare stupore e fantasia. E nello stesso tempo sono consapevole che tutto questo può ricominciare: basta rimetterli nella mano ed essi riprenderanno vita per narrare nuove storie, generare nuovi sogni, fare dono di nuove emozioni. Ed ogni volta sarà diverso perché così è la vita. Di quella vita della quale loro stessi possono diventare autentici testimoni.

GERMANO POVOLI, educatore presso il centro A.n.f.f.a.s. “ Nuova Casa Serena”, Trento. Diplomato art- counselor presso il Cep di Bassano del Grappa. Socio Sico

domenica 27 giugno 2010

PROGETTO TONEWALL di DAVID JACKSON SOUNDABILITY con il soundbeam


Nei miei vagabondaggi in rete ho “incontrato” il lavoro di David Jackson e ne sono rimasta veramente colpita, soprattutto perché una volta ancora mi confermo come la tecnologia, se usata con spirito di inclusione e non di divisione, può essere veramente una grande risorsa anche in ambito terapeutico…
Scopro che David Jackson è un sassofonista, flautista e che attualmente è uno straordinario performer di musica interattiva. Ha fatto parte della band Van der Graaf Generator e suonato con Peter Gabriel, ma soprattutto è stato per 12 anni un insegnante di matematica e musica per ragazzi con bisogni speciali, prima di iniziare nel 1992 il progetto “Tonewall”. Tonewall è il nome di una idea, di un progetto unico di musica tecnologica interattiva che utilizza uno strumento chiamato Soundbeam e il suo produttore di eco. In poche parole , un sensore proietta nello spazio un fascio di ultrasuoni, i quali, incontrando un ostacolo, rimbalzano indietro verso la sorgente come il sonar di un pipistrello. Gli ultrasuoni incontrando un ostacolo tornano indietro (effetto ECO). I movimenti corporei, compiuti all'interno del raggio, vengono intercettati e tradotti in segnali Midi, e quindi in suono, a seconda della direzione e della velocità dell'oggetto in movimento (una mano, un piede, un dito, la testa...). Il Soundbeam nasce a Bristol nel 1984 ad opera del compositore Edward Williams, che sviluppò questo fascio di ultrasuoni ispirato dal Theramin degli anni ’30. Originariamente inteso come un innovativo strumento artistico, nel tempo si è affermato come un efficace strumento terapeutico.
Il lavoro di David Jackson è quello di creare musica con gruppi di persone a diversi livelli di abilità ed anche con profonde disabilità, e di unirli insieme sul palco. In 16 anni di lavoro Jackson ha saputo far suonare musicisti non professionisti e disabili in alcuni dei più grandi festival di musica nel mondo. Integrazione ed inclusione attraverso l’abilità musicale è la filosofia alla base di questo lavoro. Mi sembra proprio che Tonewall sia una opportunità ideale per adulti e bambini con difficoltà fisiche e di apprendimento per vivere un’esperienza di gioia, soddisfazione e condivisione che il creare insieme musica può sicuramente dare.
Per saperne di più: www.jaxontonewall.com o guardate i video su youtube!
Silvia Adiutori

lunedì 7 giugno 2010

I FANTASTICI CINQUE


E così … scopro di cosa e come sono fatte le storie!
Le storie raccontate, ascoltate e ri-raccontate. Dai miti alle telenovela, passando per racconti e romanzi…, favole e fiabe o novelle.
Ma anche quelle ricordate, filmate, interpretate, disegnate …!! Soprattutto sognate!!!
Sono fatte dai fantastici 5. Attori protagonisti delle nostre uniche vite- vite uniche: I nostri organi di senso.
Parlo proprio della vista, del nostro udito, dell’olfatto, il tatto e il gusto, senza il quale tutto avrebbe lo stesso unico ripetitivo colore.
Siamo soliti pensare ai nostri occhi, al nostro udito, al nostro naso, bocca e lingua e alle nostre mani come organi o parti anatomiche più o meno funzionanti che “sentono” e/o rico-noscono che “fanno o che non fanno” ecc…. ma, proviamo a considerarli nella loro funzione esistenziale.
Per esempio, una mano che tocca in senso anatomico, muscolare e nervoso diventa oggetto, struttura. Ma se sposto l’attenzione al vissuto cioè a quello che la mano tocca, o lascia e al come, sfiorando, tirando, aggrappando/accarezzando ecc.., la mano diventa soggetto del sentire, e può creare, creare e raccontare. Da questo, quindi, possiamo affermare che non sono le immagini che vedo, i suoni e gli odori che sento, ad evocare ... sono i miei occhi e le mie orecchie, il mio naso, sono io che evoco … E se mi permetto di esprimerlo, nei diversi modi in cui mi rendo possibile farlo, creo. Creo arte.
E cosi …. L’occhio attento vide il naso, rise sorpreso e soddisfatto di sé, continuò il suo cammino ed incontrò il gusto…, un gusto dolce, di vaniglia e decise di sfiorare la mano timidamente, in attesa di risposta, ne sentì l’odore: inebriante. Si chiuse e riposò sereno.
Anna Maria

lunedì 3 maggio 2010

IL VALORE DEL SILENZIO


IL VALORE DEL SILENZIO

Nella nostra società l’assedio verbale è la norma, le parole sono deliberatamente usate per confutare, ingannare, illudere, nascondere. Le persone si sovrapppongono quando parlano, senza ascoltarsi - pensiamo ai talk show in Tv- e così il frastuono privo di senso allontana l’attenzione dalla verità e da ciò che è importante.
Daniel Baremboim, grande direttore d’orchestra dice in un suo libro: ’L’essere umano può chiudere gli occhi, se vuole.. e inoltre ha bisogno di luce per vedere. Invece non può chiudere le orecchie...il suono ha una forza di penetrazione fisica nella quale l’essere umano non ha alcun controllo. ‘
Tutti , per difenderci, abbiamo imparato a non ascoltare, anche se c’è voce, suono, a tagliarci fuori.
Questa riflessione che mi piace condividere con voi, è dedicata al silenzio, al quale ormai siamo così poco abituati che rischiamo di provare angoscia se stiamo in un luogo dove i rumori e le voci abituali non ci sono. In realtà ilsilenzio non esiste, ma esiste la possibilità di raccogliersi in un altro tipo di ascolto.
Chi come noi lavora in arteterapia avrà sperimentato come nel ‘silenzio’ della parola succedano cose. Cose meravigliose, angosciose, inaspettate. Forse le più importanti all’interno di tutto il processo. Io sono musicoteraputa e lavoro con i suoni, la musica. Raccolgo le emozioni più grandi, le mie e degli altri, nei momenti di sospensione della musica, quando quel silenzio si abita di sensazioni, di una tensione che porta a qualcosa. Un silenzio fertile, dove poi la parola può avere un senso.
Lavoro anche con i pazienti dementi, e sto imparando da loro il valore del silenzio: la parola non affiora più, perché le sfere cognitive son compromesse, quando parlano si confondono e ti mandano in confusione. Ma quando ascoltiamo la musica e la facciamo, il verbale va sullo sfondo e dopo, in quel silezio vibrante di noi, succede qualcosa, che le parole non possono descrivere. Bisogna provarlo.
“ Tutte le arti, anche il silenzio hanno una grammatica. Ma prima bisogna sintonizzarsi sull’anima: con il corpo, con lo sgaurdo, con il cuore” (Marcel Marceau)
Silvia Ragni

lunedì 12 aprile 2010

“La mia fotografa preferita-incontro interiore con Diane Arbus”



Mi ricordo quando qualche anno fa vidi per la prima volta le foto scattate da Diane Arbus, una delle piu' interessanti fotografe del novecento, in grado di rappresentare un'America come pochi erano stati in grado di vederla. Nelle sue foto traspare un mondo fatto di persone che solitamente sono al di fuori della normale espressione della bellezza, sottolineando ancora una volta come la fotografia possa rendere bello ed emozionante anche cio' che non e' definibile generalmente esteticamente piacevole. Rimasi sconcertata, un sentimento strano, che mi poneva in bilico tra l’euforia e la disperazione. Ricordo che è stata proprio una sensazione fisica, un attorcigliarsi dello stomaco, uno sgranarsi degli occhi. Che vi devo dire … non so spiegare esattamente perché, ma le immagini della Arbus toccano in me qualcosa di profondo, legato penso, proprio ad una intima condivisione di un punto di vista, di una scelta di dove e cosa guardare.
Nel film “Fur” di Steven Shainberg dedicato al racconto romanzato della sua esperienza umana e artistica, la Arbus è descritta come una donna rinchiusa fino a quel momento nelle consuetudini dell'epoca che la volevano come una donna che dava ancora il meglio di sè tra le mura domestiche, all’ombra del marito, importante pubblicitario. E sara' un incontro un po' surreale con un uomo affetto da una malattia che lo costringe a vivere ricoperto di peli su tutto il corpo e che aveva vissuto per questo in un circo, a risvegliare la vera Diane. Inizia a fotografare questo strano uomo e i suoi altrettanto strani amici del circo, rivelandone nelle immagini la poesia e la bellezza.

Oggi mi rendo conto che molto del lavoro che ho scelto ha a che fare proprio con una questione “fotografica”, cioè di inquadratura e di sguardo sul mondo. L’interesse per ciò che non risulta rassicurante, per quello che è diverso, quantomeno da me, per quello che non è sempre chiaro, per le identità misteriose. Mi piace questo straniamento nel guardare volti sproporzionati, espressioni e smorfie antiestetiche, mi piace pensare che siamo tutti un po’ circensi, poiché quello che mi turba non è tanto la stranezza quanto l’ostentazione del concetto di normalità!!!

Silvia Adiutori